di Mario Ubiali

Il 17 agosto 1769 il popolo bresciano solca come sempre le strade afose della città fortificata. Il caldo torrido non impedisce ai villici di attraversare sui loro carretti o curvi sotto le pesanti gerle i cancelli della città posti a Porta San Nazaro, dove oggi la fontana di Piazza Repubblica indica la via del centro. Molti di loro sono probabilmente felici di sottrarsi alle grinfie dei nobili di provincia, che l'infiacchirsi della legge veneta ha lasciato liberi di spadroneggiare nelle campagne remote. Forse, mentre passano dalla prima porta alle sonanti tavole del ponte levatoio, alzano lo sguardo verso la sommità di una torre imponente che sorge alla destra del bel leone di San Marco. Uno sguardo distratto, perché certamente non sanno che dietro quei muri pesanti sono serbati quintali di polvere da sparo. E i loro destini.

L'arrivo della tempesta.
Verso sera il cielo ad est si fa plumbeo e una brezza tesa solleva nuvole di sporcizia lungo i corsi principali, soffia via la polvere degli scalpellini accanto al Nuovo Teatro (poi detto Grande) e quella dei cantieri alla Chiesa dei Santi Nazaro e Celso, iniziata diciassette anni prima grazie agli auspici di Monsignor Alessandro Fe'. Un membro della stessa famiglia aveva nel 1716 fatto edificare di fronte a quel tempio il palazzo detto appunto Fe' d'Ostiani (n.54 di Corso Matteotti), progettato da un bolognese ma realizzato con il buon senso del bresciano Gian Battista Marchetti, che per chissà quale intuizione divina volle rinforzare il muro meridionale dell'edificio. A notte inoltrata scoppia una violenta tempesta che assale senza pietà la città addormentata. Dopo ore di feroce accanimento l'alba tenta di farsi strada tra scrosci pesanti come onde e violenti tuoni. Ma proprio "allo spontar dell'Aurora" del 18 agosto 1769 un fulmine colpisce l'alta torre di San Nazaro, la polveriera.

Il 'tremendissimo' strepito
La catastrofe ha luogo in un istante: l'imponente torre, la porta della città e tutti i suoi meccanismi esplodono con la violenza inaudita di 780 quintali di polvere da sparo, scagliando pietre di enormi dimensioni tutto intorno per un raggio di un chilometro circa. "Que' macigni cadendo per ogni dove atterrarono le case più vicine, e parte piombarono sopra quantità di altre case, chiese, monisterii e pii ricoveri, con molta strage ed esterminio dentro e fuori della Città" scrive un anonimo contemporaneo, incaricato di disegnare una mappa della zona interessata alla sciagura. Un documento impressionante, che mostra una vasta area – corrispondente a circa un settimo del piano cittadino dell'epoca – danneggiata in vario modo. La parrocchia di San Nazaro, per ovvi motivi sorta attorno alla porta e alla maledetta polveriera, é sostanzialmente rasa al suolo. Lo spostamento d'aria é tale che le porte delle case, dei negozi e persino i più robusti portoni di tutta la città vengono spalancati violentemente. Una pioggia di vetri infranti desta intera popolazione, solo per piombarla in un terribile incubo ad occhi aperti.

La ferita sanguinante
Agli accorsi si mostra un grande tratto di Corso San Nazaro (l'attuale Corso Martiri della Libertà) ingombro di pietre, mentre il bagliore delle fiamme e il denso fumo si aggiungono alla pioggia in una apocalisse angosciosa. La Porta è solo un cumulo di macerie, come pure i palazzi limitrofi. Il cantiere della chiesa dei Santi Nazaro e Celso appare gravemente danneggiato. Il robusto muro meridionale ha invece salvato Palazzo Fe' d'Ostiani dalla completa rovina. Immediatamente esso viene eletto a primo asilo per i numerosi feriti. Urla di dolore ed invocazioni d'aiuto tentano di vincere il fragore della tempesta. Anche fuori delle mura le povere case dei villici sono rovinate o in fiamme e gli animali corrono impazziti per i campi. Brescia comincia pazientemente a contare i morti e i danni associati alla catastrofe. Almeno 200 case sono completamente distrutte, 500 'percosse o ruinate', senza contare i luoghi sacri, tra i quali vengono annoverati il Monastero di Santa Croce e di Santa Maria degli Angeli. Il conto ufficiale dopo due anni di ricostruzioni e indagini parla di 400 morti e almeno 800 feriti. Ma esistono anche versioni assai più tragiche, come quella fornita dal giornalista, scrittore e sociologo francese Luois Sebastien Mercier, che nel suo romanzo utopistico intitolato "L'anno 2440" parla di ben 2500 deceduti. Un'iperbole evidentemente generata dal desiderio di dimostrare una tesi urbanistica, ma certo anche l'eco terribile di un'indelebile scena infernale, che nel tempo Brescia ha dimenticato e nascosto grazie ad un decisivo sviluppo urbanistico.

Il meteorite di Alfianello, fantasma della notte di Sant'Elena.
Nonostante una celebre pianta di Brescia del 1826 ci mostri il quartiere di Porta San Nazaro ben ricostruito, con la porta ed il bastione al loro posto, il ricordo spaventevole dell'esplosione fu per molti anni indelebile nella coscienza popolare cittadina. Un curioso episodio del 1883 (oltre un secolo dopo!) lo prova assai efficacemente: si narra infatti che la caduta di un grande meteorite nel comune di Alfianello provocasse incendio e enorme fragore. Un boato spaventoso che immediatamente ricordò al popolo lo scoppio della polveriera di San Nazaro, incubo profondo di una notte di tempesta, ridestatosi improvvisamente dai recessi più cupi della memoria collettiva del popolo.

Comments

comments