(red.) Dalle Valli fino ai laghi, dalla Bassa fino alla montagna, il rito del rogo della vecchia torna giovedì in tutta la provincia di Brescia.
Così, il clima mesto della Quaresima viene interrotto per una sera appena. Non vi è dubbio alcuno che il rito contagi ancora tutti, anche in quest’era razionale, disincantata, ma in crisi. Anzi, oggi più che mai. Il rogo che “brucia l’inverno” e apre le porte all’arrivo della bella stagione, viene salutato come evento e auspicio di rinascita.
La scenografia è avvincente, con i suoi gesti oscuri e perpetrati da secoli, forse inconsciamente, il cui significato si perde nella notte dei tempi. “Si brucia la vecchia…” gridano ai lati del corteo i ragazzi che, con pentole e barattoli, procurano un gran baccano. E proprio di un baccanale dionisiaco si tratta, con frittelle, chiacchiere e vin brulè a fiumi, dopo settimane di digiuni e penitenze. Ed ecco la vecchia, un fantoccio dalle forme umane, sfilare sopra un grande carro tra le vie del paese. Passa da porta a porta, supera il sagrato della chiesa e procede per i campi, dove verrà sacrificata. Curva, malconcia, con gli occhi stralunati e il naso adunco, reca in grembo una culla di legno, simbolo della sua fertilità perduta.
La signora va a morire in un campo incolto. La sua fine sarà terribile perché, dopo un sommario processo dove saranno elencate le malefatte da lei operate durante l’annata agraria, sarà bruciata.
La tradizione del rogo della vecchia ha origine remote e va a ricollegarsi alla tribale riverenza che intere civiltà contadine avevano nei confronti della “Madre Terra” e, in particolare, vuole celebrare la vittoria della buona stagione sull’inverno sterile e freddo. Dunque l’essenza della cerimonia è intesa a esaltare e procurare fertilità ai campi.
Durante lo svolgimento della lugubre processione, l’ordine viene mantenuto da un altro sconcertante e grottesco personaggio: l’Arlecchino. Ma non la figura allegra tipica del carnevale,infatti, per l’occasione appare nella sua versione originale, quella legata ai culti agrari. La maschera non si presenta con il famoso costume variopinto, ma malvestita e con la faccia sporca di carbone direttamente prelevato dall’inferno. In testa porta un cappellaccio, e fra i capelli un topo impagliato e una serpe. Nell’antichità a questo demone venivano attribuite dimensioni enormi, proprio come quelle della vecchia e, armato di clava guidava il tristemente famoso “Esercito furioso”.

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