(red.) “Dopo tanti anni e tanta fatica e dopo aver preso diverse bastonate, vedere riconosciuto il nostro lavoro è un motivo di grande soddisfazione”. E ancora. “Questa sentenza, che non era scontata, rappresenta un’importante conferma storica della faticosa e lunga ricostruzione. Resta una ferita aperta, ma da oggi é meno sanguinante”. Infine, “è stato premiato l’impegno di Brescia ed è una vittoria della democrazia. La città ha sviluppato gli anticorpi contro la violenza politica”. Questi sono solo alcuni dei commenti raccolti mercoledì 21 giugno a Brescia dopo la storica sentenza della Cassazione di martedì sera che ha confermato gli ergastoli di Maurizio Tramonte e Carlo Maria Maggi per la strage di piazza Loggia.

La giornata successiva al pronunciamento del grado definitivo è stata dedicata a notificare le ordinanze di custodia cautelare nei confronti dei due condannati. Per Carlo Maria Maggi, a capo dell’organizzazione fascista Ordine Nuovo e riconosciuto come il regista dell’attentato del 28 maggio 1974 – 8 morti e 102 feriti – è stato semplice. I carabinieri del reparto operativo speciale hanno raggiunto Giudecca, a Venezia, dove l’uomo risiede. Ma i familiari di Maggi hanno mostrato della documentazione che certifica come il condannato sarebbe malato. Per questo motivo resta ai domiciliari in attesa che la Corte d’Appello di Milano e il tribunale di Sorveglianza di Venezia decidano cosa fare.

Più complicata, invece, l’operazione di fermo per Maurizio Tramonte, l’ex fonte Tritone dei servizi segreti che pochi giorni prima dell’attentato sapeva della bomba, ma non aveva fatto nulla per avvisare di quanto sarebbe accaduto. Mercoledì, infatti, dopo i due mandati di cattura emessi all’alba, l’uomo era sparito e irreperibile fino a quando, nel pomeriggio, è stato ritrovato a Fatima, in Portogallo. Il 64enne di Padova, che era tenuto sotto controllo dai militari in vista della possibile sentenza finale, probabilmente era riuscito ad allontanarsi nel fine settimana precedente. E infatti, con l’aiuto dell’Interpol, è stato trovato in un albergo vicino al noto santuario. Per lui sono scattate le manette e il carcere, poi il Portogallo procederà con l’estradizione verso l’Italia. Ma la figlia Claudia, di 28 anni, continua a ritenerlo innocente e dice che non voleva tentare la fuga. Al contrario, l’avvicinamento alla fede lo avrebbe indotto a pregare.

Di fronte ai due condannati e con una sentenza che ha confermato la matrice fascista di quella strage, è stato un coro di commenti soddisfatti e positivi. Dal sindaco Emilio Del Bono all’assessore Fenaroli, dal presidente della Casa della Memoria Manlio Milani fino ai magistrati. In particolare, dal procuratore generale Pierluigi Maria Dell’Osso fino a Roberto Di Martino e Francesco Piantoni a capo delle diverse inchieste arrivate alla fine. Ma la vicenda giudiziaria intorno alla strage di piazza Loggia non finisce così.

Infatti, alla procura dei Minori guidata da Emma Avezzù c’è ancora un’inchiesta in corso su Marco Toffaloni, il veronese 16enne all’epoca dell’attentato che avrebbe partecipato alla fase esecutiva della strage. E un altro fascicolo nei confronti di un altro veneto, anche lui presunto partecipante alla fase di azione in piazza Loggia. Intanto giovedì 22 giugno alle 18,30 in Comune il sindaco Del Bono con il presidente della Provincia Pier Luigi Mottinelli, Manlio Milani, gli avvocati di parte civile e i sindacati terranno un incontro pubblico aperto a tutti proprio per parlare della sentenza. Al termine ci sarà un momento di riflessione davanti alla stele dedicata alle vittime in piazza.

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