di Diego Serino
E’ una fredda mattina, tipica della provincia bresciana, quella del 21 dicembre del 1992. Una di quelle ultime giornate di lavoro che fanno pregustare le feste ormai alle porte che permetteranno di godersi il giusto riposo con famiglia ed amici. Ma non per tutti sarà così, perché quella è una giornata di morte iniziata con un cadavere rinvenuto di prima mattina. Marco Mandolesi, odontoiatra 23enne, lo trovano alle 8 alla periferia di Castiglione delle Stiviere: il corpo riverso all’interno della sua Mercedes 250, un foro alla tempia chiaro segno di un’esecuzione. L’hanno ammazzato sei o sette ore prima dicono i periti. I bossoli non ci sono, se li sono portati via gli assassini: sembra un lavoro da professionisti. I cadaveri, tuttavia, quel giorno non sono finiti.

Poco dopo le 15.30, a circa 20 chilometri di distanza, in un campo poco lontano dal cimitero di Carzago di Calvagese, piccolo comune sulla riviera gardesana, in un luogo abitualmente frequentato da coppiette in cerca di privacy, viene rinvenuto un altro corpo. L’uomo è supino, il volto sfigurato e sanguinante, le mani infilate sotto la cinta dei pantaloni. Anche a lui hanno sparato in testa ed anche qui i bossoli sono spariti. Le sorprese, tuttavia, non sono finite: la vittima si chiama Giorgio Mandolesi; è il padre di Marco e anche lui è stato ammazzato la notte tra domenica e lunedì. Un duplice omicidio efferato sul quale cominciano ad indagare le compagnie dei carabinieri di Desenzano, Salò e Mantova, guidati dai sostituti procuratori Francesco Piantoni e Marco Martan.

Viene messa sotto lente di ingrandimento la vita dei due uomini, si ascoltano parenti, amici e conoscenti, si cerca la Bmw 325 di Giorgio, con la quale l’uomo era uscito di casa verso le 21 delle domenica, che sembra sparita nel nulla. Ma chi sono Giorgio e Marco Mandolesi? Giorgio ha 42 anni, è un rappresentante di apparecchi odontoiatrici, sposato con la moglie Maria Teresa con la quale, oltre a Marco, ha un figlio più giovane, il piccolo Sergio di 12 anni. La famiglia è originaria di Cesenatico ma vive a Renzano, sul Garda da circa 20anni. Marco è cresciuto professionalmente con il padre, e solo da poco ha deciso di mettersi in proprio con un amico aprendo lo studio odontoiatrico Camadent di Salò. Di loro i vicini non sanno molto se non che appartengono alla comunità dei Testimoni di Geova, e che conducono una vita irreprensibile come questa dottrina richiede ai suoi fedeli. Le indagini proseguono serrate ma sono tutt’altro che facili e l’impressione e che le forze dell’ordine siano in difficoltà nel risolvere un duplice omicidio che, in molti, già hanno ribattezzato il Giallo di Natale.

Gli sforzi delle forze dell’ordine, però, non sono vani e qualcosa comincia a uscire: infatti viene ritrovata la Bmw di Giorgio. Qualcuno l’ha portata all’autosilo di piazza Vittoria la domenica pomeriggio, e non è più andato a prenderla. Nel veicolo non ci sono segni di violenza e le chiavi sono inserite nel cruscotto. Anche l’abitazione di famiglia dei Mandolesi a Renzano viene perquisita, alla ricerca di documenti che possano aprire nuove piste. Dall’analisi delle fatture si scopre, infatti, che l’attività di Giorgio Mandolesi non è proprio limpidissima e che l’uomo si è messo in affari con gente pericolosa, entrando nel giro del riciclaggio dell’oro rubato dai nomadi e venduto per le protesi dentarie. Gli inquirenti sono convinti che i due uomini sono stati uccisi per questioni legate a questi affari, probabilmente per una fornitura non pagata.

Per quanto concerne la ricostruzione dei fatti, per i carabinieri, i due uomini sono stati ammazzati a Carzago. Poi il corpo del figlio è stato spostato. Sollecitate dalle nuove scoperte, le indagini proseguono negli ambienti degli zingari, ma come è quasi impossibile ottenere informazioni. Tra le persone sentite c’è anche Mario Riccardo Persavalli, quarantatreenne ex meccanico, da meno di un anno titolare di un concessionario Audi-Volkswagen a Villanuova sul Clisi. Anche lui testimone di Geova è un ottimo amico dei Mandolesi, ma ascoltato più volte dagli inquirenti non li convince. Per loro è lui il “ponte” con gli zingari. Non hanno prove, tuttavia, e l’uomo viene lasciato andare seppur inserito nella rosa dei sospettati.

Pochi giorni dopo l’ultimo interrogatorio dei carabinieri, Persavalli esce la notte di domenica 3 gennaio senza farsi sentire dalla famiglia. Lunedì 4 mattina, alle 9, viene ritrovato cadavere tra i campi gelati di brina vicino alla Gavardina, non lontano dal Chiese, da un pensionato a spasso con il suo cane. Freddato con un solo colpo alla tempia, come gli altri due. Dai sommozzatori viene rinvenuta anche un’arma: si tratta di un arnese artigianale che ricorda un penna di grosse dimensioni, un tubo d’acciaio trasformato, grazie ad un percussore ed un molla in una pistola rudimentale. Poco potente ma, comunque, micidiale, se utilizzata da distanza ravvicinata. L’arma è la stessa usata per uccidere i Mandolesi. Per i carabinieri, l’uomo si è sparato distrutto dai sensi di colpa e dalla paura di essere arrestato. Gli inquirenti pensano che Persavalli, appassionato di armi (come molti dalle sue parti), abbia costruito la penna-pistola nel suo laboratorio attrezzatissimo, proprio accanto al concessionario. Si è trattato di omicidio-suicidio ed il caso viene archiviato.

Qualche dubbio, tuttavia, resta: primo tra tutti la mancanza di un movente, di un messaggio alla famiglia o di segnali che preavvisassero il gesto estremo. Se non è suicidio, le ipotesi, sono ancora più inquietanti. Che Persavalli non fosse il carnefice ma, anche lui una vittima di questo pericoloso giro d’affari con gli zingari? Chissà. Qualche dubbio resta. Il caso però è stato chiuso. 

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  1. Date per scontato che siano stati i “nomadi” ma non è vero. Conosco la storia e le vittime. In quegli anni, dopo il crollo del muro di Berlino, si registrano traffici provenienti dal saccheggio delle risorse statali russe tramite ex agenti o funzionari con collegamenti con altri agenti o apparati europei. Tra questi metalli preziosi. Marco come ogni testimone di Geova si oppose al servizio militare, passando alcuni mesi nel carcere militare di Peschiera. In seguito qualche brutto ceffo legato ai servizi militari avrà cercato di coinvolgere la sua ditta in qualcosa. Ingenuamente avranno cercato di chiude la cosa presentandosi ad un incontro chiarificatore che in verità era una trappola. Prima di uscire hanno lasciato detto di avvisare la polizia se non fossero tornati. Al loro rifiuto a collaborare sono stati eliminati. Il terzo uomo commerciava in auto, forse era stato tirato dentro per il suo import-esport. Assolutamente inverosimile il suicidio con tecniche (pistola artigianale) da servizi segreti. Non hanno indagato per nulla. I Mandolesi erano persone assolutamente per bene, oneste …. ma ingenue. Se chi gli voleva imporre “l’affare” non fosse stato conosciuto in un ambiente pubblico (carcere di Peschiera ora chiuso) non si sarebbero fidati. Dopo i proiettili sono stati coperti di fango come si usa per sviare le tracce.