di Diego Serino
Neanche un mese dopo il tremendo delitto Pappalardo, la provincia di Brescia si macchia nuovamente di sangue. Cambiano i luoghi, le cime di Vallio Terme, invece che le rive del Benaco, non la sostanza; un altro giovanissimo viene ammazzato e fatto a pezzi da presunti amici, sempre per questioni di droga. E’ il 13 dicembre del 2002.
La vittima è Antonio Rubino Madeo, 21 anni, di origine calabrese, un ragazzo sensibile che a fatica ha mandato giù la morte del padre naturale, prima, e del padrino poi. Il giovane vive a Vallio, nella casa dei nonni, a pochi metri dalla casa della madre. La sera del 12 dicembre Antonio viene visto in una pizzeria del paese, acquista una prosciutto e funghi che, come stabilirà la polizia, mangia velocemente a casa. Poi esce. Ha un appuntamento con la sua ragazza dalla quale, tuttavia, quella sera non arriva.

Anche il giorno dopo Antonio “buca” l’appuntamento con gli amici: dovevano andare insieme al Motorshow di Bologna. I genitori cominciano a preoccuparsi e il giorno seguente contattano la polizia. Dopo sole 24 ore i timori dei famigliari si trasformano in certezza: Antonio non c’è più, è stato ammazzato e fatto a pezzi, i suoi resti vengono trovati in due sacchetti buttati in alcuni cassonetti. Chi l’ha ucciso non poteva calcolare un fattore: a causa di uno sciopero dell’azienda che gestisce lo smaltimento dei rifiuti, i cassonetti non sono stati svuotati.

Le indagini sono rapide, grazie anche alla prontezza di chi le gestisce: tramite un radiogognometro viene intercettato il telefono di Madeo, rinvenuto all’interno della macchina dello stesso, una Ford Ka parcheggiata alla stazione di Brescia. E’ proprio il telefono di Antonio a mettere le forze dell’ordine sulla strada esatta. Vengono messe sotto torchio le ultime persone chiamate. Si tratta di due ragazzi ventenni, Marco Vecchia di Sabbio Chiese e Manuel Mura di Nozze di Vestone. Marco Vecchia ha alle spalle una famiglia normale. Il padre nel 1999 per pochi voti non è diventato sindaco ed ora siede sui banchi della minoranza come capogruppo. Marco, purtroppo per lui, e per il povero Antonio, già in adolescenza frequenta brutte compagnie. Nel periodo in cui si svolgono i fatti sta svolgendo il servizio civile presso il Comune di Barghe, ma non si presenta mai e la sua situazione è al vaglio delle autorità competenti.

Manuel Mura, di origine sarda, risiede solo nominalmente a Nozze di Vestone, in realtà abita a Treviso Bresciano, dove il padre gestisce un’azienda specializzata in maniglierie. I due vengono interrogati a lungo poi cedono: Antonio l’avrebbe ammazzato Vecchia. Mura l’avrebbe poi aiutato a farlo a pezzi e a disseminare i suoi resti in un cassonetto industriale di Vestone. L’omicidio, secondo quanto ricostruito dai carabinieri, si sarebbe consumato in un cascinale di Sabbio Chiese ed il corpo portato proprio nell’azienda di famiglia di Mura per essere dissezionato e smaltito in più sacchetti di plastica.

Ancora una volta la provincia di Brescia trema, ancora una volta dei suoi figli si macchiano di uno dei delitti più terribili, l’uccisione di un amico, e poi per cosa? Per soldi? Per droga? Eh si, ancora una volta c’è di mezzo il vile denaro, qualche migliaio di euro, e la droga. Quello che è certo è che Madeo è stato attirato in una trappola, non si capisce bene se con la scusa di un passaggio o proprio per discutere questioni legate al business degli stupefacenti. Raggiunto il luogo dell’appuntamento, proprio la cascina di Clibbio, frazione di Sabbio Chiese, sarebbe stato ammazzato. Qui la versione dei due ragazzi e quella degli inquirenti si differenziano: da una lato Vecchia sostiene di avere ucciso Madeo di botte durante una discussione finita male, Mura sarebbe solo intervenuto in un secondo tempo, per aiutare un amico nei guai. Per gli inquirenti, invece, Antonio è stato attirato in un vero e proprio agguato, ucciso con un colpo di fucile, ed eliminato dai due, complici in tutte le fasi dell’evento delittuoso, dall’omicidio vero e proprio fino all’occultamento di cadavere. Quello che è certo che i due hanno sgobbato un gran tanto per fare sparire le tracce. Raggiunto l’azienda del padre di Mura i ragazzi le hanno provate tutte: il corpo dello sventurato Antonio è stato prima messo nell’acido, poi bruciato, infine fatto a pezzi. Eliminato il cadavere, hanno portato l’auto a Brescia sperando di sviare le indagini. Storie di delinquenza. Storie di gioventù bruciata.

Il giorno successivo, dopo una nottata passata ad interrogare i due giovani, i carabinieri del reparto operativo di Brescia danno inizio ai sopralluoghi. Vengono perquisite le case dei due fermati e le abitazioni di altri giovani valsabbini che ruotano intorno al giro della droga in Valle. Vengono recuperati i cellulari. Secondo gli inquirenti Antonio sarebbe arrivato alla cascina per consegnare alcuni chili di hashish, che sono stati rinvenuti proprio a Sabbio Chiese. Pare che gli affari tra la società Mura-Vecchia e la vittima fossero consistenti. Si dice che i due avessero acquistato da Madeo qualcosa come 24 mila euro di fumo. E proprio da sei chili di questa partita sarebbero nati gli screzi. Il ragazzo è stato ucciso con un fucile, dice il pm, ma l’arma non si troverà mai. I pallini nel cadavere, invece, si quelli li trovano.

Per gli inquirenti è omicidio premeditato. Vecchia messo alle strette ammette di aver sparato. Mura continua a dirsi estraneo all’omicidio. Per il pm Antonio Conte sono stati tutti e due. Al processo di primo grado chiede 24 anni per entrambi. Più altri sette anni per detenzione e spaccio di droga. Durante il dibattimento vengono presi in analisi i tabulati telefonici e messe sotto la lente di ingrandimento le testimonianze a favore di Mura, che comunque, per l’accusa non sono incompatibili con la sua presenza a Clibbio al momento del delitto. Per il pm, inoltre, i testimoni hanno fatto tutto il possibile per scagionare Mura. Sia Sara, la sua ragazza, che lo stesso Vecchia. Marco continua a dire di essere stato da solo nella cascina, di aver tramortito Antonio durante una colluttazione e di averlo finito con una fucilata. Mura sarebbe intervenuto solo in un secondo momento. Sarebbe stato lui, però, ad utilizzare l’accendino per bruciare il corpo. Il giudice crede alle dichiarazioni dei due.

Vecchia si prende 24 anni e mezzo, Manuel non ha ucciso e se la cava con quattro anni e dieci mesi. Ai quali vengono aggiunti 4 anni e due mesi per detenzione di droga. In appello le pene vengono più o meno confermate Vecchia si prende, in tutto, 26 anni e due mesi, Mura, 7 anni e sei mesi. Durante il processo Vecchia decide di fare una dichiarazione spontanea: “Vorrei essere io al suo posto”. Ma è talmente raccapricciante quello che ha combinato che in aula cala il gelo.  

LEGGI ANCHE 

Brescia Noir, un killer ombra e la testa mozzata

Brescia Noir: la lite nel garage e la furia omicida 

Brescia Noir, giallo di Natale e lo sgarro agli zingari

Brescia Noir, giustiziato per strada a Muratello 

Brescia Noir, il serial killer delle prostitute 

Brescia Noir, amici di droga: l’omicidio Pappalardo 

Brescia Noir, la storia del mostro di Pontoglio

Brescia Noir: il Delitto dell’Alabarda

Comments

comments