di Diego Serino
Sono le sette e mezza di una calda sera di luglio del 1999, Domenico Felicini, 48 anni ben portati e un fisico prestante, è nel suo negozio nella piazza centrale di Toscolano Maderno. La piazza e le strade sono piene di turisti, tanti gli olandesi e i tedeschi, come è consuetudine sul Garda in questo periodo dell’anno.
Felicini ha praticamente finito di lavorare, ha voglia di chiudere per godersi un po’ di tempo con il figlio 16enne che è lì con lui, e che da poco gli è stato affidato dopo una separazione. La gente passeggia, guarda le vetrine, nessuno fa caso più di tanto a quell’uomo, con un casco in testa, accanto alla sua moto, un Honda Africa Twin 650, proprio di fronte alla vetrina dell’oreficeria di Felicini.

Nessuno, si accorge nemmeno di quello che sta accadendo dentro. Il suo complice è già in azione. Volto coperto da una retina a garza per camuffare i connotati e una 7.65 in mano minaccia Felicini e si fa consegnare l’incasso ed alcuni gioielli. Il commerciante sembra remissivo. Il rapinatore, così, gli gira le spalle ed esce con il malloppo per raggiungere il complice. Felicini, tuttavia, è già in azione. Sarà l’esasperazione perché non è la prima rapina che subisce, sarà che in quel momento dal retrobottega esce il figlio e teme per lui, sarà che è un uomo tutto di un pezzo e non ci sta a fare la parte della vittima. Chissà che cosa è passato per la mente dell’orefice. Non lo sapremo mai. Domenico recupera la sua Smith & Wesson a tamburo e pistola in pugno parte all’inseguimento. Raggiunge il rapinatore in fuga e lo colpisce con il calcio della pistola. Il rapinatore si sente perduto, reagisce, e spara quattro colpi in successione, Felicini cade in una pozza di sangue.

I due banditi raggiungono la moto, cercano di farla partire ma non ci riescono, così rubano lo scooter ad un pensionato di passaggio e fuggono verso Gardone Riviera. Un carabiniere prova ad inseguirli in auto, per un po’ ci riesce, poi li perde: sono bravi ad infilarsi in strade secondarie ed a far perdere le loro tracce. Nel frattempo la folla si riunisce attorno al negozio di Felicini ma, ormai, lui è già morto, due i colpi mortali. La gente piange. In paese era benvoluto.
Per tutta la notte le forze di polizia tappezzano di posti di blocco tutta la zona: viene ritrovato lo scooter a poco più di un chilometro da Maderno ma dei banditi non c’è traccia. La polizia indaga, viene messa sotto torchio la “mala bresciana”. Tra le tante persone ascoltate dagli inquirenti c’è, infatti, Marco Benedusi, 39enne originario di Vobarno ma di casa a Toscolano, che per un po’ di tempo aveva abitato vicino alla vittima, con il quale scambiava anche due chiacchiere. L’uomo non è nuovo a furti e rapine. L’attenzione degli inquirenti si accende subito su di lui grazie anche al comportamento del sospettato che, sentendo aria bruciata attorno, era partito per la Spagna.

Benedusi viene fermato a Malaga, in ottobre ed estradato in Italia per essere interrogato. L’uomo viene ascoltato per ore, si proclama innocente ma gli inquirenti non gli credono, sostenuti, anche, dalle perizie tecniche. Viene accusato di concorso in omicidio e di essere, con la moglie quarantenne Patrizia Gandolfi, il basita della rapina. Tuttavia non è lui l’assassino che a premuto per quattro volte il grilletto mettendo fine alla vita del povero Felicini. Le indagini proseguono serrate tanto da identificare anche gli altri membri della banda di rapinatori. Sono: Beppe Moretti, 37 anni di Casazza, il pregiudicato bresciano Maurizio “Valvolina” Fenotti, 44 anni, e Marco Orrù, di origine sarda, solo 23 anni ma un curriculum criminale di tutto rispetto.

I primi due finiscono subito in manette per avere avuto un ruolo logistico nell’organizzazione della rapina: per chi indaga Fenotti è il coordinatore mentre Moretti si è occupato di fornire la moto utilizzata ed era lui il secondo uomo in piazza a Maderno. Orrù, invece, viene indagato a piede libero e lasciato in libertà ma per poco. A dicembre Orrù viene arrestato perché sospettato di una rapina ad una filiale Bipop avvenuta il 23 giugno, poco più di un mese prima dell’episodio mortale. Qualche mese dopo le indagini si concludono e Marco Orrù, al cui alibi gli inquirenti non avevano mai creduto, viene accusato di essere lui il rapinatore che preso dal panico aveva steso per sempre il negoziante. In primo grado a Orrù vengono inflitti 30 anni, ridotti in appello a 18. A questi ne verranno aggiunti altri cinque per la rapina alla Bipop. 

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