(red.) Ci sono anche elementi bresciani nell’operazione “Black Money” che martedì 12 marzo ha portato all’arresto di dieci persone – tutte italiane e una cinese – con l’accusa di riciclaggio e autoriciclaggio. In particolare, la procura di Verona che ha condotto le indagini e portando a muoversi sul campo i carabinieri della compagnia di Legnago con quelli di Mantova, Brescia e Bergamo ha scoperto un meccanismo di fatture false a favore di sei cooperative. Queste riuscivano così ad abbassare i propri costi e ad essere favorite nella concorrenza nel campo del facchinaggio, edilizia, pulizia e macelleria. Tutte fino a 1.300 dipendenti in totale.

Un ruolo lo avevano anche i cosiddetti “prelevatori” che raggiungevano ogni giorno l’ufficio postale veronese di Cerea per ritirare 3 mila euro, così come accadeva anche nelle province di Bergamo e Brescia. Del sistema facevano parte 13 società compiacenti e altre 18 fittizie. Gli amministratori delle cooperative, invece, riuscivano a eludere il fisco con falsi crediti d’imposta e compensati con contributi Inps. E i guadagni venivano poi versati sui conti delle società fittizie. L’intera indagine era partita nel novembre del 2016 e ora si è arrivati ai dieci arresti, di cui quattro veronesi ai domiciliari.

Ma gli indagati sono 81. Si è anche verificato che buona parte del denaro prelevato veniva portato all’estero tra Croazia, Ungheria, Cina e Malta e per un giro di 75 milioni di euro. Un altro elemento bresciano è il fatto che l’indagine, lo scorso 21 febbraio, aveva portato all’arresto di un 60enne di Erbusco e di un altro coetaneo di Sarnico inducendo a decine di perquisizioni. I due si erano visti sequestrare 130 mila euro ed, entrambi ritenuti a capo dell’organizzazione, sono finiti in carcere.

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