Il piano d’emergenza varato da Trenord a dicembre 2018, che prevedeva la soppressione di 150 corse giornaliere e che doveva cessare lo scorso giugno, è stato prorogato sine die. Pertanto, ogni giorno i treni soppressi non sono 40, come afferma l’azienda, ma 190. La puntualità che passa dal 75 per cento dell’autunno scorso all’attuale 82 per cento è un segnale positivo, ma siamo ancora lontani dalle migliori pratiche europee che raggiungono il 95 per cento. La crisi di Trenord si è invece aggravata nella manutenzione dei convogli – nonostante le costose esternalizzazioni e riorganizzazioni – e  nella gestione inefficiente dei turni del personale di scorta (capi treni) e di condotta (macchinisti): inoltre, il personale diminuisce anziché crescere come era stato promesso, con  56 macchinisti e 21 capi treno in meno rispetto al 2018. 

 

Quanto allo sport preferito da Trenord, addossare le colpe alle Ferrovie dello Stato che hanno i treni più vecchi, va ricordato che dieci anni fa è stata la Regione a volere il matrimonio societario, dando vita a una concentrazione ferroviaria che poi non ha saputo gestire, e i cui unici risultati sono il fallimento del federalismo dei trasporti, la crescita dei costi e la disperazione dei pendolari lombardi. 

 

Dario Balotta, Europa Verde

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